Prima dell'acqua in bottiglia: l'acqua come bene pubblico
Per gran parte della storia moderna, l'acqua potabile è stata considerata soprattutto un bene essenziale e pubblico. Non esistevano bottiglie da confrontare sugli scaffali del supermercato e non c'era bisogno di convincere il consumatore che una determinata acqua fosse più "pura" di un'altra.
Con il tempo si è sviluppato un altro modo di consumare acqua: acquistarla confezionata.
Grazie alle campagne pubblicitarie dei brand dell’acqua in bottiglia si è delineato nel tempo il “paradosso dell’acqua confezionata”, ovvero riuscire a vendere acqua imbottigliata anche in Paesi dove l'acqua del rubinetto è potabile e disponibile a costi molto inferiori e anche senza la fatica di trasportarla fino a casa.
Infatti il successo dell'acqua imbottigliata non può essere spiegato soltanto dalle sue caratteristiche fisiche ma dal processo di trasformazione dell'acqua in una merce. Le operazioni di marketing hanno infatti utilizzato significati culturali che già associamo all'acqua: purezza, natura, salute e vita per vendere un prodotto che, di fatto, era già a disposizione delle persone.
La pubblicità non deve necessariamente affermare esplicitamente "l'acqua del rubinetto è pericolosa" per creare una preferenza per una marca/ prodotto ma è sufficiente costruire un'associazione positiva. Se una bottiglia viene continuamente rappresentata accanto a sorgenti incontaminate, montagne, natura e benessere, il consumatore può arrivare ad associare quelle caratteristiche al prodotto stesso.
Prendiamo ad esempio l’idea di “purezza”: bottiglia trasparente, etichetta minimalista, immagini di sorgenti, cascate e persone in salute che fanno sport. Tutti questi elementi possono comunicare implicitamente: questa è acqua nella sua forma più pura.
Realtà e percezione
Uno studio in materia ha proposto un questionario online a 578 partecipanti e un test di degustazione alla cieca a 99 partecipanti. L’esperimento ha portato a concludere che le persone che preferivano l'acqua in bottiglia tendevano a valutarla più favorevolmente rispetto all'acqua del rubinetto per aspetti come qualità, igiene e rischio per la salute; quelli che preferivano l'acqua del rubinetto mostrava il pattern opposto. Ma quando i partecipanti non sapevano quale acqua stessero bevendo, non riuscivano a distinguere l'acqua del rubinetto da quella in bottiglia.
Questo risultato ci fa capire che la nostra percezione può essere influenzata dalle aspettative e dalle convinzioni che abbiamo nei confronti del prodotto.
Ovviamente la pubblicità non è il solo fattore ad aver portato ad un aumento di preferenza dell’acqua confezionata rispetto a quella di rete, ma è sicuramente un elemento che ha avuto un forte impatto.
Acqua e microplastiche
Le microplastiche sono particelle di materiale plastico di dimensioni molto ridotte, possono derivare dalla degradazione di oggetti di plastica più grandi oppure essere rilasciate direttamente da materiali e prodotti contenenti plastica. Sono state rilevate nell'ambiente (terra, acqua, aria) e per questo entrano facilmente nella nostra catena alimentare.
La presenza e la quantificazione di microplastiche nell’acqua sono state oggetto di numerosi studi scientifici che ne hanno confermato la presenza sia nell’acqua di rete sia nell’acqua in bottiglia. La differenza è nella concentrazione: nell’acqua confezionata la concentrazione del materiale plastico è maggiore rispetto a quella dell’acqua di rubinetto.
Uno dei motivi per cui l’acqua confezionata può contenere più microplastiche è proprio il packaging, infatti i polimeri più rilevati all’interno sono proprio: PET (polietilene tereftalato) componente comune per le bottiglie e PP (polipropilene) costituente dei tappi.
Il packaging non è però l’unica fonte, infatti i punti di contaminazione sono molteplici lungo la filiera dell’acqua: inquinamento della fonte, processi di trattamento e imbottigliamento e materiali utilizzati.
È per questo che non esiste, oggi, un'acqua "zero microplastiche": il contenuto in microplastiche dell’acqua corrente è inferiore a quello dell’acqua in bottiglia, ma non è nullo.
Le uniche certezze che abbiamo è che l’acqua del rubinetto è: meno costosa, non richiede trasporto dal supermercato a casa, non richiede imballaggi monouso plastici che implicano un grosso impatto ambientale e presenta livelli inferiori di microplastiche rispetto all'acqua confezionata.
L'OMS ha sottolineato la necessità di ulteriori studi per comprendere meglio l'esposizione e gli eventuali effetti sulla salute, non abbiamo infatti ancora una valutazione completa del rischio sanitario associato all'esposizione alimentare a micro- e nanoplastiche.
Conclusioni
Sempre più spesso mi trovo davanti pazienti che acquistano acqua in bottiglia come scelta naturale e automatica senza mai mettere in discussione tale abitudine. La questione non è semplicemente stabilire quale acqua sia “migliore”, ma comprendere come e perché attribuiamo valore maggiore ad un prodotto che non ne ha e accettiamo di buon grado di: spendere soldi, inquinare di più, occupare spazio in credenza e impiegare fatica nel trasporto piuttosto che semplicemente chiedersi "perchè non bevo l'acqua di casa?".
Essere consapevoli dei fattori economici, ambientali, culturali e percettivi che ci portano a compiere determinate scelte alimentari rende i consumatori liberi di scegliere, spogliandosi dalle influenze esterne.
Fonti
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